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gennaio 23, 2009

Giancarlo Bosetti – Spin. Trucchi e tele-imbrogli della politica
di Luca Volpe

“Acquistare immunità all’eloquenza é della massima importanza per i cittadini di una democrazia.”
[Bertrand Russell, 1928]

Pur sottolineando la non-scientificità dei responsi che derivano dall’analisi della vita politica, Giancarlo Bosetti prova a individuare quei fattori capaci di attenuare i giudizi critici dell’opinione pubblica nella fase elettorale e di produrre risultati più che soddisfacenti anche per quei governi che si presentano alla prova del voto con un bilancio chiaramente negativo.

La soluzione individuata sta ovviamente nello spin, ovvero in quella serie di operazioni con cui i leader politici (o i loro registi) riescono a utilizzare l’informazione per distogliere l’attenzione da perturbazioni negative e deviarla su aspetti a loro più favorevoli. L’informazione manipolata è generalmente quella delle televisioni e dei telegiornali, che sembrano oggi più interessati a persuadere e intrattenere il pubblico piuttosto che a veicolare veri e propri contenuti. Naturalmente si parte dalla convinzione che la televisione sia oggi particolarmente influente nello spostare i voti (sebbene non possa assicurare la vittoria alle elezioni).

Per riuscire in questa missione i notiziari fanno ricorso ai classici effetti di matrice americana quali l’indexing (ossia la selezione delle informazioni da includere o escludere, e il loro posizionamento nei titoli d’apertura), la drammatizzazione, la personalizzazione, la frammentazione e lo schema ordine-disordine, ai quali, nel caso specifico dell’Italia, va ad aggiungersi anche l’uso abnorme degli argomenti ad hominem, e cioè di notizie che insistono non su questioni di merito ma su difetti (o qualità) dell’interlocutore. E com’è facile intuire, tra questo genere di argomenti svettano soprattutto gli scambi reciproci di accuse (il cosiddetto alterco lacunoso) che, lungi dall’approfondire le informazioni oggettive, consolidano le distanze tra le forze politiche incanalando le opinioni e cristallizzando le posizioni dell’elettorato.

Altre due brillanti operazioni di spin applicate ai telegiornali sono il framing, finalizzato a cambiare inquadratura argomentativa così da evitare le domande più scomode, e il cosiddetto firebreaking: congegno che porta a trovare un diversivo da mettere in campo quando si viene a creare una situazione imbarazzante, o ad approfittare di importanti fatti imprevisti per far uscire delle notizie svantaggiose per il governo.

L’informazione televisiva, anche (e soprattutto) quella pubblica, diventa così un sensazionale veicolo di propaganda politica nei confronti di quel “pubblico di massa” che, con il declino dei principali agenti della socialità (partiti di massa, sindacati, associazioni legate variamente alla cultura politica, organizzazioni del pluralismo politico), si affida ormai completamente (e sempre più acriticamente) ad essa.

Se oggi non si può tornare indietro a un mondo purificato, razionale, affidato alla logica di argomenti disinquinati da ogni fallacia e retorica, è però possibile individuare delle soluzioni di contenimento che riducano la pericolosità delle conseguenze di una politica improntata sullo spin. Essenziale è però, per riprendere Bertrand Russell, acquisire immunità all’eloquenza, e cioè formare individui in grado di riconoscere i raggiri mediatici e difendersi dalle loro insidie.

Politica é anche comunicazione

novembre 14, 2008

Con comunicazione intendiamo il fenomeno attraverso cui trasmettiamo delle informazioni, che si tratti di semplici dati, di pensieri, di sentimenti, di promesse e così via. Possiamo concordare sul fatto che la comunicazione, se ben realizzata, può aiutare a trovare condivisione sui concetti che cerchiamo di veicolare. Questo significa che tanto più si é abili nel comunicare un concetto, tanto più si riuscirà a convincere l’interlocutore della sua validità; tanto più si riesce a dare credibilità alle promesse e maggiore diventerà, agli occhi di chi si ha davanti, la bontà delle intenzioni comunicate. In altre parole, meglio si riesce a comunicare, più sarà facile conquistare la fiducia di chi sta ascoltando.

Sappiamo che la fiducia, in politica, si traduce in consenso; e che il consenso, in una democrazia, è condizione imprescindibile per governare. Questo fa dell’ars comunicandi un fattore fondamentale per ottenere il supporto che necessità a chi si propone di interpretare ruoli dirigenziali.

Bisogna però capire fino a che punto la fiducia verso un politico (o, generalizzando, verso la politica tutta) possa reggersi sulla sua capacità di trasmettere dei concetti, e quanto invece le testimonianze concrete dell’impegno mostrato (o promesso all’elettore) siano influenti sulle scelte dell’elettorato. E inoltre, spostandoci più nello specifico, bisogna stabilire quanto la comunicazione in senso stretto sia realmente funzionale alla concretizzazione di azioni e prestazioni politicamente rilevanti.

Sono dell’opinione che non sia possibile vedere la sola comunicazione come criterio di giudizio sufficiente per classificare un buon politico come tale. E non sono d’accordo neppure nel vederla come una nuova cultura, ovvero come un nuovo modo di fare la politica. Credo che la politica rimanga caratterizzata in buona misursa da decisioni, comportamenti, atteggiamenti finalizzati a perseguire degli obbiettivi (tra questi il primo è, o dovrebbe essere, il benessere collettivo). Il consenso si guadagna promettendo l’attuazione di certe politiche ma anche comunicandone l’avvenuta realizzazione e naturalmente quanto di buono esse abbiano portato (ricordo il sempreverde adagio del marketing “fare, fare bene, farlo sapere”).

Bisogna però riconoscere alla comunicazione politica – e ne abbiamo avuto recentemente al conferma – un innegabile merito. La campagna per le presidenziali USA ci ha infatti dimostrato come la forza e l’efficacia d’un discorso, di un buon discorso, possano incidere profondamente nella coscienza collettiva fino al punto da indurre la stessa collettività a quella partecipazione attiva che è linfa vitale per le nostre democrazie. E’ così merito del modo in cui un politico ha saputo comunicare le sue intenzioni di cambiamento se milioni di cittadini, oltre ad affidare a quello stesso politico la loro fiducia e le loro speranze, si sono sentiti nel dovere, ma anche e soprattutto nel diritto, di fare proprie quelle istanze di cambiamento e di impegnarsi in una straordinaria attività di volontariato politico-sociale che ha finito con il risvegliare gli animi di chi si era rassegnato ad una politica esclusivamente top-down.